Un respiro

E’ un martirio restare qui, appesa

in cerca della luce

all’oscuro dal mondo

Non so guardare oltre il muro

dall’altra parte dello steccato

lì dove l’orizzonte si colora

di ricordi intangibili.

Un posto per me, seduta in mezzo al prato

con i capelli corti al vento

sopra un mare in visibilio d’onde

E una duna di sabbia al tramonto

dall’altra parte dei miei piedi

una verde silenziosa foresta.

E le notti passate sul ciglio dei campi di grano

immersi nel sogno d’un risveglio.

Uno stato d’animo, uno solo:

Libertà.

Segretamente, aria.

Francia 2014 385

Silvia Torre, 14/03/16

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L’addio

In questo corpo si combattono battaglie. In seno alle stelle si azzuffano  per la medaglia d’oro intere ciurme di plotoni ammassati, l’uno contro l’altro.

Nei miei seni è il caos delle esplosioni, e nel mio cuore il silenzio sofferente dei martiri. La volta del cielo scurisce, nascondendo le luci dei pianeti.

Sono rimasta sola con il ricordo di te sotto la pelle, tra le labbra screpolate, nei fianchi appena sfiorati da te.

Resto sola come i falchi sulla landa vasta e inanimata, soffiata da un vento gelido e gentile. E’ un paradiso d’ascesi in un limbo di deboli iniziative.

Spero di riaverti un giorno. Sentire il tuo profumo e il tuo entusiasmo impossessarsi di me.

Sentire il tuo cuore nel mio battito, e nelle fibre del mio destino organico.

Spero davvero di riaverti, abbracciato al tronco d’albero della mia fiducia, quella lealtà che troppe volte ti ho negata.

E allora volerei, come aquila possente sui percorsi dei venti ascensionali, brutali e forti come le tue passioni, e incendiarie come i miei desideri.

Non temere, non aspettare: affonderò da sola, ancora una volta, nella coltre delle nubi turbolente e serene.

Silvia Torre, 10/03/16

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Sullo scaffale c’è…#8

Ragazzi di vita, P.P. Pasolini

Ragazzi-di-vita

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Aldo Garzanti Editore, 1976, Milano.

Il romanzo più conosciuto di Pier Paolo Pasolini ha suscitato in me sguardi concentrati, rivolti ai dettagli così minuziosamente intrecciati sulla carta dall’autore. Il libro segue il filo di molteplici biografie che hanno tutte qualcosa in comune: appartengono ai bambini e agli adolescenti di quella Roma disagiata degli anni ’40, in odore di povertà e degrado, capace di offrire percorsi di vita fatalmente privi di senso e di ambizioni. La legge della sopravvivenza grava sulle teste di tutti i piccoli protagonisti, attori di furti, violenze, prostituzione, gioco d’azzardo e tremende malattie contro cui non si può far niente, se non aspettare.

E’ un libro che ha suscitato in me sentimenti di arresa, in cui le fragilità mi hanno avvertito della loro presenza quando esse attraversavano il vissuto dei personaggi, vissute ancor più dolorosamente dal momento che essi sanno di non potersele permettere. L’armatura bisogna pur indossarla quando diventa necessario combattere contro le ostilità dell’esistenza, specie se nell’abbandono più totale delle istituzioni, siano esse parentali, parrocchiali o statali. L’impedimento emotivo dei personaggi ha creato in me quella compartecipazione empatica che ai miei occhi ha colorato di innocenza, sebbene scalfita e rovinata, la totalità dell’opera.

Eppure la Poesia l’ho trovata, nascosta nei meandri delle forme letterarie. La lettura è stata un pò faticosa all’inizio, dato l’utilizzo del dialetto romano. Pian piano, però, il linguaggio di borgata – in fondo espediente letterario colto, frutto di studi approfonditi – si è trasformato nel mezzo peculiare e privilegiato di comunicazione tra me e il mondo che stava descrivendo. L’abisso culturale si è riempito, annullando tutte le distanze e permettendo a me di percepire l’espressione del volgo come il marchio di un’affettività intima e personale. La patina dialettale, insomma, è diventata la chiave necessaria – e pulita, preziosa, onesta, poetica – per entrare in una realtà sconosciuta. Il linguaggio lavorato con cura da Pasolini ha parlato, descrivendo paesaggi, volti e azioni, per tutti quei ragazzi e ragazze che hanno realmente vissuto, tanto tempo fa, lo squallido e difficile Dopoguerra di Roma.

Silvia Torre

 

 

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Sullo scaffale c’è…#7

Pier Paolo Pasolini, La meglio gioventù a cura di Antonia Arveda, Roma, Salerno Editrice, 1998

pasoliniTre Covers

 

Ploja tai cunfìns

 

Fantassùt, al plòuf il Sèil

tai spolèrs dal to paìs,

tal to vis di rosa e mèil

pluvisìn al nas il mèis.

 

Il soreli scur di fun

sot li branchis dai moràrs

al ti brusa e sui cunfìns

tu i ti ciantis, sòul, i muàrs.

 

Fantassùt, al rit il Sèil

tai barcòns dal to paìs,

tal to vis di sanc e fièl

serenàt al mòur il mèis.

 

 

Pioggia sui confini

 

Giovinetto, piove il Cielo

sui focolari del tuo paese,

sul tuo viso di rosa e miele

nuvoloso nasce il mese.

 

Il sole scuro di fumo

sotto i rami del gelseto

ti brucia e sui confini

tu solo, canti i morti.

 

Giovinetto, ride il Cielo

sui balconi del tuo paese

sul tuo viso di sangue e fiele

rasserenato muore il mese.

 

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La fantastica storia di Astarok il Rosso

pettirosso fitzgerald

Il giorno volgeva al termine coprendo di tinte dorate la vasta campagna. La contadina era intenta a piantare l’ultimo seme della giornata, spalando il terreno scuro e brulicante di lombrichi, quando un piccolo uccellino si avvicinò sfrontatamente, chiaramente intenzionato a becchettare le succulente prede. La donna sorrise dinanzi ad una creatura tanto piccola e spavalda, divertita dal coraggio che sembrava animarla. In un batter d’occhio i numerosi lombrichi sparirono, inghiottiti con destrezza dall’esile animale. La natura selvaggia dell’Umbria, pensò tra sè e sè, era stata addomesticata a lungo, togliendo spazio ai suoi abitanti, ma per alcuni di essi la presenza umana non rappresentava nè un pericolo nè un ostacolo. I pettirossi lo dimostravano, avendo l’abitudine di avvicinarsi senza timore agli uomini e alle donne che procuravano loro facili pasti. La notte stava per arrivare ormai, stendendo lunghe dita d’ombra sul terreno circostante. La contadina decise che fosse tempo di tornare, per cui, dopo essersi stretta uno scialle intorno alle spalle per ripararsi dal vento, si mise in marcia verso casa.
Un fuoco gentile crepitava nel focolare, attorno al quale c’erano ad attenderla, come sempre, sua madre e suo figlio. La madre la salutò con un cenno silenzioso mentre il bambino si gettava tra le sue braccia, gridando entusiasta per la gioia di rivederla dopo tutte quelle ore. Il bimbo era sempre vivace e affettuoso con tutto ciò che lo circondava, sentendosi amico tanto della nonna e della madre quanto degli animali e dei magnifici paesaggi all’intorno. La placidità della campagna lo aveva forgiato nel carattere romantico, riflessivo e curioso, tratti che lo portavano ad amare le fiabe e le leggende, al punto da non riuscire ad addormentarsi senza ascoltarne almeno una ogni sera. Dopo un poco smise di festeggiare il rientro di sua mamma, tornando a sedersi sul pavimento di assi per giocare. Sua madre e lei mangiarono la calda minestra di patate, parlando sommessamente. Mentre ciò accadeva, l’immagine del pettirosso si insinuò lentamente nella memoria della contadina: rivide il piumaggio cinereo, i grandi occhi neri, la gola arancione, l’atteggiamento superbo. Arrivato il momento di mettere a dormire suo figlio, quelle immagini le attraversarono ancora una volta la mente, ispirandole un’idea: quella sera stessa avrebbe inventato per suo figlio una storia. Gli adulti solevano istruire i bambini sin dalla più tenera età con fiabe meravigliose e spesso cruente che potessero insegnare loro sin da subito il valore della vita e della morte. Lei stessa era stata allevata così, ascoltando storie dolcissime e brutali al contempo. La tradizione imponeva di ricordare l’esistenza di esseri meravigliosi, spiriti benigni e maligni, fate, creature minuscole, gesta eroiche e calamità incontrastabili. Mettendo suo figlio a letto chiese al bimbo se volesse ascoltare una storia in cui degli esseri umani lanciavano il guanto di sfida agli Dèi. Il bambino rispose immediatamente con un sorriso entusiasta, pronto a lasciarsi sconvolgere dalle emozioni che prometteva un tale esordio. Il fuocherello continuava a crepitare nella stanza accanto, invadendo di una luce fioca la camera altrimenti buia, e in quella luce il figlioletto sembrava sentirsi al sicuro. L’anima creatrice della donna cominciò allora a tessere le trame di una storia che iniziava con queste parole…
«In un tempo lontano lontano, viveva in una terra desolata e brulla un uomo dall’aspetto cattivo e malconcio. L’uomo si chiamava Astarok e aveva una lunga barba con lunghi capelli ispidi e rossi. In questo tempo lontano lontano gli esseri umani vivevano ancora a contatto con gli Dèi, entità dalle fattezze umane ma dai poteri supernaturali. Essi si comportavano alla stregua di qualunque creatura ordinaria, capace delle cose più alte e dignitose come di quelle più abiette e ripugnanti. Le divinità, le quali si potevano riconoscere da una pelle d’oro cangiante e dalle iridi simili all’aurora boreale, amavano sopra ogni cosa il proprio status di superiorità e non ammettevano nè sconfitte nè sfide.
Astarok, uomo prepotente e violento, vantava una ben poco lusinghiera fama di assassino e divoratore di bambini. Egli veniva anche chiamato “il Rosso” per la tendenza a versare fiumi di sangue in massacri abominevoli. Il barbaro uomo viveva nelle grotte di una montagna nei pressi di un villaggio, e famose erano le sue frequenti scorrerie solitarie ai danni della debole comunità. Essi lo chiamavano anche “il Lupo” perchè attentava alla vita dei loro figli come fossero teneri agnelli. Un uomo tanto crudele non aveva posto nel cuore dei suoi consimili, ma gli esseri umani non erano i soli a rigettare Astarok come il più orribile dei nemici. I suoi atti, infatti, lo avevano nel tempo reso fastidioso agli occhi della divinità più orgogliosa di tutte: la Madre Terra.
Madre Terra era una divinità diversa dalle altre. La sua pelle era di un verde foglia brillante, i suoi occhi erano azzurri come le profondità fluviali e i suoi capelli un intrico nodoso di radici esili e flessibili, simili alle chiome dei salici. Le altre divinità, meno antiche di Lei, vantavano meno saggezza e molta meno esperienza. Soprattutto, nessuna era agguerrita e amante di bellezza e armonia quanto Lei. Dipendendo dalla sua bontà l’intera sopravvivenza della specie umana, qualsiasi uomo, donna o bambino si riteneva suo suddito rendendo omaggi frequenti a colei che chiamavano Madre.
Il rigido inverno era alle porte e come sempre interi villaggi si mobilitavano per raccogliere i frutti del duro lavoro primaverile, estivo e autunnale. La neve arrivava a coprire vaste zone di terra, costringendo uomini e bestie al confinamento in luoghi appartati e caldi. Purtroppo non di rado poteva capitare che qualche bambino, anziano o infermo morisse per le bassissime temperature. Le probabilità di non superare l’inverno erano talmente alte da spingere i sudditi di Madre Terra a lasciarle cospicui doni in cambio di salute e lunga vita. La comunità del villaggio alle pendici del monte dove il gretto Astarok abitava, decise di offrire alla capricciosa divinità un giovane vitello che sarebbe ingrassato nello spazio solitario di un recinto, nutrito con le cibarie migliori. Il vitello venne lasciato nel piccolo quadrato di terra quando mancava poco più di un ciclo lunare all’arrivo dello spaventoso Inverno. L’animale sarebbe morto nel freddo, sacrificato alla Madre Terra per il benessere dell’intera comunità. Astarok il Rosso, barbaro fino al midollo, non ritenendo di fare ancora parte del genere umano, disprezzava ferocemente le divinità, concependole come intralci alla propria libertà personale, selvaggia e incontrastata. La sera del giorno in cui il vitello venne svezzato e chiuso nel recinto, il barbaro si diresse al villaggio ma non per rapire e divorare qualche tenero bambino. Questa volta l’orgoglioso Astarok sgozzò il vitello destinato alla Dea, bevendone con soddisfazione il sangue e trafugando la carcassa del giovane animale per meglio gustarla nel gelido anfratto della sua caverna. Madre Terra, più temibile che mai, apprese la notizia all’istante ovunque Ella si trovasse e con un tremendo urlo d’ira formulò la propria volontà: Astarok il Rosso avrebbe pagato cara quell’indicibile sfrontatezza.
Una notte d’autunno, quando l’inverno era ormai alle porte e il bisogno di nutrirsi diventava più forte per tutte le creature, lo spregevole Astarok era intento a strappare e a masticare con i denti alcuni pezzi di corteccia per renderli utilizzabili come tessuti per le sue vesti. Quando il nero della notte oscurò inesorabile il paesaggio intorno a lui, egli seppe che era ormai giunto il momento di cacciare. Terribile, il barbaro si erse in tutta la sua impressionante altezza e, con un ghigno, iniziò a muovere i propri passi verso il villaggio. Ma uno strano rumore giunto improvvisamente alle sue orecchie lo spinse ad arrestarsi. Un flebile pianto arrivava da un punto indefinito oltre gli alberi. Gli occhi di Astarok brillarono avidi quando riconobbe la voce di un bambino. Impaziente di sbranarlo, diresse lento i propri passi nella direzione del debole suono fino a quando questo non si fece intenso e vicino. Il bambino piangeva disperato, perso tra gli alberi dell’immenso bosco. I piedini poggiavano sulle radici di una quercia, il più lontano possibile dal terreno freddo e infangato. I gufi volavano alti tra i rami emettendo suoni inquietanti, mentre a terra grossi insetti sgusciavano fuori da buchi invisibili. Il viso del bimbo, impastato di lacrime, volgeva lo sguardo in tutte le direzioni. Astarok non aspettò un secondo di più, avventandosi sulla preda, ma quando le sue mani si strinsero intorno al collo dell’innocente, questo si gonfiò spaventosamente ricoprendosi di peli spessi e lunghi. In brevissimo tempo, il bruto si ritrovò a fronteggiare un orso enorme, il più grosso che avesse mai visto in tutta la sua vita. L’imponente animale strappò un braccio al grosso barbaro, riducendolo in brandelli poco a poco. Egli urlava orrendamente senza potersi difendere dalla furia selvaggia dell’orso, la stessa furia con la quale lui aveva ucciso decine e decine di bambini indifesi. Il sangue si sparse ovunque assieme alla fetida carne maciullata.
Il bruto stava per morire, lacerato in diverse parti del suo corpo, quando una luce verde si accese nella radura illuminando le sembianze di Madre Terra. Lo stupore e la paura invasero l’anima dell’uomo, sinceramente impressionato dall’apparizione di quella incredibile visione. La divinità cominciò a parlare: “Spregevole Astarok, le tue orrende gesta così ti ripagano! Tu, odiosa creatura, sappi che meriti tutto il dolore che ti ho inferto. Tu, maledetto, hai osato sgozzare un’offerta sacrale in mio onore. Tu ti sei permesso di sfidarmi sottraendomi ciò che era mio! Io, Dea Madre Terra, non permetterò che uomini della tua risma sopravvivano abbastanza a lungo da camminare sulla mia pelle per cui, schifoso, preparati a subire la giusta condanna! Devi sapere che amo tutto ciò che è bello mentre tu, con i tuoi tremendi atti, hai sporcato la mia dignità e infastidito il mio animo. Per tutto questo, spregevole, sarai punito e per questo io sarò abbondantemente ripagata. In luogo della tua enorme stazza, avrai un corpo esile e di piccole proporzioni; invece di saziarti avido con carne umana sarai costretto a mangiare bacche e vermicelli; sarai una creatura umile e bella, la più delicata e leggera che si sia mai vista: acquisterai le forme di un uccello per soddisfare con la tua bellezza e armonia le lodi che richiedo a ogni suddito del mio immenso corpo; e per non dimenticare il sangue che hai versato nè le tue barbare origini, avrai sulla gola una macchia arancione simile alla barba che porti e al sangue che versasti. Ma non per essere una bella creatura smetterai di soffrire! A dispetto della tua bellezza esteriore resterai collerico, avido e orgoglioso. Adesso lévati in volo, delicato e prepotente pettirosso!”. Il grazioso uccello si levò in volo, sparendo tra le chiome degli alberi, nel buio della radura.
Da quel giorno in poi, nessuno più vide Astarok il Rosso. I contadini del villaggio così selvaggiamente razziato si stupirono della pace che regnava nella valle. La scomparsa miracolosa di quell’uomo brutale aveva risollevato le sorti di decine di persone, commosse fino alle lacrime per il paradiso terrestre che adesso era la loro casa. Tornò la primavera, e con essa il lavoro nei campi. Un esile uccellino cominciò a farsi vedere per le strade del villaggio, avvicinandosi aggraziato ai bambini sorridenti. Essi lo guardavano entusiasti e felici, stupiti dalla bellezza del suo aspetto e ammaliati dall’arancio del suo piumaggio. L’uccellino che un tempo era stato il malvagio Astarok, volava adesso nel cielo sopra i campi e le strade, contagiando di gioia chiunque lo guardasse e, come un presagio di serenità, regalando la certezza che tante cose belle sarebbero accadute».
Il bambino guardò incredulo sua madre, sgranando i grandi occhi marroni. Lanciò un gridolino di stupore e poi, affannato, la tempestò di domande. Desiderava sapere se Astarok viveva ancora e se egli fosse sopravvissuto al passare dei secoli. La mamma lo guardò con un sorriso, rispondendogli che l’avrebbe scoperto lui stesso se l’avesse seguita nei campi il giorno dopo. Per l’emozione suo figlio trasalì, posseduto da un’entusiasmo gioioso e infantile, imbattibile, più forte di qualunque sonno. L’indomani, all’alba, madre e figlio si prepararono ad uscire per andare nei campi. Arrivati sul luogo il bambino si appostò su un grosso macigno, naso all’insù, sperando di veder passare sopra la sua testa il meraviglioso uccellino. Il tempo trascorse lento, ma niente venne. Visibilmente abbattutto, il bimbo raggiunse sua madre che, nel frattempo, aveva rivoltolato la terra scoprendo alcuni bei lombrichi rossi. D’improvviso, un frullìo d’ali annunciò l’arrivo di un ospite inatteso. Il pettirosso saltellò tutto intorno ai piedi della coppia, becchettando senza indugi il succulento pasto. Per poco il bimbetto non cadde svenuto: quello che raccontava sua madre era vero! Davanti ai suoi occhi c’era Astarok il Rosso, sopravvissuto a secoli di avventure, mentre la Madre Terra, da qualche parte, doveva sorridere soddisfatta del dono di bellezza e magia che aveva elargito tempo addietro al genere umano, distruggendo un bruto in cambio della creatura più delicata e leggera che si fosse mai vista.

Immagine: John Anster Fitzgerald, Cock Robin defending his nest, 1860 c.a.

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Sorprese

…E stamattina sono iniziate “le riprese” per una serie di video che presto pubblicherò! Diversamente da quanto può sembrare, continuo a scrivere testi che però non sto pubblicando per questioni “burocratiche” (la partecipazione a un concorso). Finora, dalle reazioni delle persone che mi hanno ascoltata in diretta, ciò che invento piace. Beh, spero che piacerà anche a voi:) Ormai è da un pò che curo questo spazio, e tutte le volte che qualcuno di voi ha espresso il suo apprezzamento ho sentito dentro di me un’immediata gratitudine! Quindi Grazie, perchè senza lettori scrivere è un’attività vana. A presto!

Poetessa di Rose

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Incontri fatui e semi di meraviglia

Brillano i tuoi occhi e i flutti del destino mi accerchiano

Simile ad aghi di pino nel vento

scivolo su ostili correnti di nulla opaco

ed emergo con un sorriso sul viso

folle d’amore e di giustizia

Piango e respiro di nuovo

in un mondo splendente di chiarezza

E’ con il cuore in mano che giungo al tuo cospetto,

cosciente, nel rombo sordo del silenzio

Le onde del destino

sul mio capo

si richiudono.

Silvia Torre

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