Sullo scaffale c’è…#8

Ragazzi di vita, P.P. Pasolini

Ragazzi-di-vita

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Aldo Garzanti Editore, 1976, Milano.

Il romanzo più conosciuto di Pier Paolo Pasolini ha suscitato in me sguardi concentrati, rivolti ai dettagli così minuziosamente intrecciati sulla carta dall’autore. Il libro segue il filo di molteplici biografie che hanno tutte qualcosa in comune: appartengono ai bambini e agli adolescenti di quella Roma disagiata degli anni ’40, in odore di povertà e degrado, capace di offrire percorsi di vita fatalmente privi di senso e di ambizioni. La legge della sopravvivenza grava sulle teste di tutti i piccoli protagonisti, attori di furti, violenze, prostituzione, gioco d’azzardo e tremende malattie contro cui non si può far niente, se non aspettare.

E’ un libro che ha suscitato in me sentimenti di arresa, in cui le fragilità mi hanno avvertito della loro presenza quando esse attraversavano il vissuto dei personaggi, vissute ancor più dolorosamente dal momento che essi sanno di non potersele permettere. L’armatura bisogna pur indossarla quando diventa necessario combattere contro le ostilità dell’esistenza, specie se nell’abbandono più totale delle istituzioni, siano esse parentali, parrocchiali o statali. L’impedimento emotivo dei personaggi ha creato in me quella compartecipazione empatica che ai miei occhi ha colorato di innocenza, sebbene scalfita e rovinata, la totalità dell’opera.

Eppure la Poesia l’ho trovata, nascosta nei meandri delle forme letterarie. La lettura è stata un pò faticosa all’inizio, dato l’utilizzo del dialetto romano. Pian piano, però, il linguaggio di borgata – in fondo espediente letterario colto, frutto di studi approfonditi – si è trasformato nel mezzo peculiare e privilegiato di comunicazione tra me e il mondo che stava descrivendo. L’abisso culturale si è riempito, annullando tutte le distanze e permettendo a me di percepire l’espressione del volgo come il marchio di un’affettività intima e personale. La patina dialettale, insomma, è diventata la chiave necessaria – e pulita, preziosa, onesta, poetica – per entrare in una realtà sconosciuta. Il linguaggio lavorato con cura da Pasolini ha parlato, descrivendo paesaggi, volti e azioni, per tutti quei ragazzi e ragazze che hanno realmente vissuto, tanto tempo fa, lo squallido e difficile Dopoguerra di Roma.

Silvia Torre

 

 

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