Sullo scaffale c’è…#6

Walter Scott, Ivanhoe, Roma, Biblioteca Economica Newton, 1995.

ivanhoescott

In quel bel distretto della lieta Inghilterra che è bagnato dal Don, si estendeva negli antichi tempi una vasta foresta che copriva la maggior parte delle amene colline e vallate tra Sheffield e la bella città di Doncaster. I residui di questa grande foresta si possono ancora vedere nelle residenze nobiliari di Wentworth, di Wharncliffe Park e nei dintorni di Rotherham. Là si aggirava un tempo il favoloso dragone di Wantley; là furono combattute molte delle pià terribili battaglie durante le guerre civili delle Due Rose; e là ancora fiorirono anticamente quelle bande di gagliardi fuorilegge le cui gesta sono così popolari nelle canzoni inglesi.

E’ questo il nostro scenario; la data della nostra storia è verso la fine del regno di Riccardo I, quando il suo ritorno dalla lunga prigionia era divenuto piuttosto un desiderio che una speranza per i suoi disgraziati sudditi, soggetti frattanto a ogni sorta di oppressione feudale. […] Una circostanza che tendeva ad accrescere notevolmente la tirannia della nobiltà e le sofferenze del popolo derivava dalla conquista del duca Guglielmo di Normandia. Quattro generazioni non erano state sufficienti a fondere il sangue ostile dei normanni e degli anglosassoni […]. In seguito alla battaglia di Hastings […] L’intera stirpe dei principi e dei  nobili sassoni era stata distrutta o spogliata, con poche eccezioni o nessuna; nè erano molti coloro che possedevano terre nel paese dei loro padri, anche come proprietari degli ordini più bassi. […] A corte e nei castelli dei grandi nobili, dove si imitavano le pompe e gli usi di corte, l’unico linguaggio usato era il franco-normanno; nei tribunali le arringhe e le sentenze erano pronunciate nella stessa lingua. Insomma il francese era la lingua dell’onore, della cavalleria e perfino della giustizia, mentre l’anglosassone, molto più virile ed espressivo, era lasciato ai contadini e al basso popolo, che non conoscevano altra lingua. Tuttavia i necessari rapporti tra i padroni della terra e il popolo sottomesso da cui la terra era coltivata provocarono la graduale formazione di un dialetto composto di francese e di anglosassone nel quale potevano comprendersi reciprocamente; e da questa necessità sorse via via la struttura dell’inglese attuale, nel quale la parlata dei vincitori e quella dei vinti si sono così felicemente frammiste […]. 

Il Baronetto scozzese Sir Walter Scott pubblicò “Ivanhoe” nel 1820, quando in Inghilterra si stava diffondendo la passione per il Medioevo. Il romanzo, in effetti, presenta come ambientazione l’Inghilterra del 1194. Secondo l’opinione degli studiosi del genere, Ivanhoe è uno dei primi veri romanzi “storici” della tradizione letteraria europea dal momento che il suo autore racconta uno o più avvenimenti fantastici sullo sfondo di luoghi realmente esistenti e sul filo di fatti realmente accaduti.
Il titolo del libro corrisponde al nome del prode cavaliere Ivanhoe, figlio di Cedric, uno degli ultimi monarchi sassoni sopravvissuti all’invasione normanna. Cedric ripudia suo figlio quando egli sceglie di restare fedele al re normanno Riccardo Cuor di Leone, partito in Terra Santa per combattere la Terza Crociata. Mentre il re viene fatto prigioniero in guerra, in patria suo fratello Giovanni usurpa il trono, finendo per rivelarsi un uomo meno astuto e meno coraggioso del proprio consanguineo. Dopo diversi anni Ivanhoe, creduto morto, tornerà in Inghilterra sotto mentite spoglie, aiutato dal fedele guardiano di maiali Gurth e dal brillante buffone di corte Wamba, sia perchè desidera finalmente sposare la dama di cui è innamorato, sia perchè Re Riccardo ha riposto in lui la più profonda fiducia: Ivahnoe dovrà, in gran segreto, spianare la strada al proprio amato Re per permetterne il ritorno.
In questa cornice storicamente solida si consuma un’affascinante vicenda che ha come protagonisti cavalieri valorosi e appassionati, donne pie e orgogliose al limite del realizzabile, monarchi e vescovi ricchissimi e persino leggendarie bande di fuorilegge capeggiate dall’altrettanto leggendario Robin Hood. La trama, esattamente come accade in un’opera a tema cavalleresco quale “L’Orlando furioso” di Ariosto, si compone di una miriade di fili che si incrociano paralleli e divergenti fra loro. Ciascun personaggio realizza il proprio percorso singolo, contribuendo alle sorti dell’intera vicenda. Sir Scott usa un linguaggio semplice per parlare ai suoi lettori, e per guidarli di volta in volta alla scoperta dei più svariati scenari. L’espediente permette di offrire il punto di vista soggettivo di ciascun personaggio, come ad esempio accade nel passaggio che segue:

Il lettore non può aver dimenticato che la sorte del torneo era stata decisa dal valore di un cavaliere sconosciuto il quale, in seguito alla passiva e indifferente condotta che aveva mostrato nella prima parte della giornata, era stato soprannominato dagli spettatori ‘Le Noir Fainéant’…

Insomma, Sir Walter si rivolge a noi come se fossimo lì con lui ad ascoltare i suoi rendiconti, ricchi di fantasia e di descrizioni didascaliche. Si ha come l’impressione di sostare dinanzi ad un fuoco scopiettante nel camino mentre il Baronetto canta le sue storie. Il nostro autore ci introduce ad un mondo lontano nel tempo e nello spazio, un luogo tanto lontano da essere oramai inaccessibile, ed è in questa inaccessibilità che risiede la magia del racconto di Scott.
Terminiamo questo breve viaggio leggendo lo stralcio di testo in cui appare una delle figure più note di tutti i tempi:

«E adesso», disse Locksley, «domanderò a Vostra Grazia il permesso di porre un bersaglio come si usa nelle regioni del Nord e ben venga un bravo arciere che si provi a tirarvi un colpo per avere un sorriso dalla ragazza a cui vuol bene.»
Si volse per uscire dalla lizza. «Dite pure alle vostre guardie di seguirmi», disse, «se volete. Io vado solo a tagliare un ramo dal salice più vicino». Il principe Giovanni fece cenno ad alcuni uomini di seguirlo, caso mai volesse fuggire; ma il grido di: «Vergogna! Vergogna!», che sorse dalla folla lo indusse a rinunciare al suo poco generoso proposito. Locksley tornò quasi subito con un fusto di salice lungo circa sei piedi, perfettamente dritto e poco più grosso del pollice di un uomo. Cominciò a scortecciarlo con grande calma osservando in egual tempo che invitare un buon arciere a colpire un bersaglio grande come quello usato fino allora era far torto alla sua abilità. Per parte sua, aggiunse, e anche secondo quelli del suo paese, tanto sarebbe stato prender come bersaglio la tavola rotonda di re Artù intorno alla quale stavano sessanta cavalieri. Un ragazzo di sette anni, disse, avrebbe potuto raggiungere quel bersaglio con una freccia spuntata. «Ma», aggiunse andando all’altro capo della lizza e piantando nel suolo il ramo di salice, «chi colpisce questo ramo a cento piedi di distanza, io lo considero un arciere degno di portare l’arco e la faretra davanti a un re, anche se fosse lo stesso re Riccardo.»
«Mio nonno», disse Hubert, «tirò buoni colpi alla battaglia di Hastings, ma non tirò mai a un bersaglio simile in vita sua, e non ci tirerò nemmeno io. Se questo arciere può colpire quel ramo, io mi arrendo, o piuttosto mi arrendo al diavolo che sta dentro i suoi panni e non a un’abilità umana; un uomo non può far più del suo meglio, e io non tiro quando son sicuro di non colpire. Tirare a quella striscia bianca scintillante, che si vede appena, sarebbe come tirare al taglio del coltello del nostro parroco o a un filo di paglia o a un raggio di sole.»
«Codardo!», disse il principe Giovanni. «Messer Locksley, fà il tuo tiro; e se colpisci tale bersaglio dirò che sei il primo uomo che è riuscito a farlo. Comunque sia, non canterai vittoria su di noi mostrando semplicemente una tua superiore abilità.»
«Farò del mio meglio, come dice Hubert», rispose Locksley, «nessuno può far di più.»
Così dicendo tese ancora il suo arco, ma questa volta considerò attentamente l’arma e cambiò la corda pensando che non fosse più perfettamente rotonda essendo stata un poco deformata dalle due frecce precedenti. Poi prese la mira con grande attenzione mentre la moltitudine aspettava trattenendo il fiato. L’arciere giustificò l’opinione che si erano fatta della sua abilità: la freccia spezzò il ramo di salice contro cui era stata diretta. Seguì un clamore di acclamazioni, e perfino il principe Giovanni, entusiasmato dall’abilità di Locksley, dimenticò per un momento l’antipatia che aveva per la sua persona.

 

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