Sullo scaffale c’è…#5

Hikmet Nazim, Paesaggi umani, Roma, Edizioni Fahrenheit 451, 1992 (2)

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Il meraviglioso libro del poeta turco Nazim Hikmet dal titolo originale “Insan Manzaralari” acquista un sapore leggendario grazie all’emozionante introduzione di Joyce Lussu, vera e propria amante della poesia di Hikmet. Lussu confessa di non sapere il Turco ma di aver tuttavia tradotto l’opera del suo artista preferito per intero. E come? Visitando Instambul, imparando la lingua del popolo attraverso il popolo stesso, esattamente come Hikmet a suo tempo aveva fatto. I due si sono anche conosciuti in occasione di un breve viaggio del poeta a Roma dove la Lussu ha fatto da guida turistica. Ciò che viene a galla da una prima lettura è il sentimento che pervade le pagine, intrise di dialogo con un mondo duro e difficile che l’uomo dentro ad Hikmet non smette tuttavia di amare. La poesia non è il trofeo di una sensibilità sbandierata al vento, ma il modo stesso di vivere la vita, condivisa pienamente e gratuitamente con il resto dell’umanità. La donna amata non è l’oggetto di adulazione, ma la compagna prediletta con cui parlare dalla solitudine monotona e straziante del carcere. L’opera “Paesaggi umani” è appunto il frutto di un lungo periodo di detenzione nel corso del quale Hikmet ha assorbito ed assaporato le storie che silenziosamente hanno gravitato attorno a lui, fino a farne un affresco sapiente e ‘capiente’, oserei dire, della Turchia per il periodo che va dal 1908 al 1950. Parte dell’opera, che in origine contava più di settantamila versi divisi in otto libri, è stata addirittura composta oralmente, quando in carcere non venivano concesse carta e penna. Hikmet ha fatto imparare a memoria i suoi versi ai pochi visitatori perché questi venissero scritti e conservati. Nonostante lo stratagemma, oggi sopravvive una piccolissima parte del poema totale, tra cui possiamo contare le poesie pubblicate nel libro sopra menzionato. “Paesaggi umani” è un’avventura nel cuore della vita, un romanzo in versi che parla di guerra, amore, morte, speranza. E perché lo possiate assaporare anche voi, a breve un ‘copia e incolla’ manuale qui di seguito.

Estratti da Paesaggi umani :

Ai piedi del muro di pietra nel cortile della prigione,
c’erano dodici botteghe
minuscole miserevoli
come cassette abbandonate.
Avevano un bell’allinearsi una addosso all’altra e somigliarsi stranamente
come ogni bottega dell’universo
ciascuna stava a quattr’occhi con la propria tristezza,
solitaria,
ai piedi del muro di pietra.
Appartenevano al ministero
che le appaltava ai prigionieri.
[…]

La terza bottega è vuota da due anni, chiusa.
Sulla porta
il catenaccio
è un cuore morto stecchito che non batte più.

Vicino c’è l’universo di suole, stivali da mulattiere, vecchie ciabatte:
aghà Raìf il ciabattino
sdentato
guercio
e sordo,
e centocinquanta monete d’oro tutte gialle nella cassaforte del direttore.

La quinta era quella del vetraio, Yussùf-il-Moderno.
Gli specchi vi guardavano
con le loro iniziali
e le loro cornici dorate e le rose dipinte ad olio.
Sui muri, delle donne nude
e un maresciallo, litografato.
Yussùf-il-Moderno: capelli castani, ondulati, scriminati da un lato
occhi luminosi come il miele
naso a becco d’aquila
e piccoli baffi lisci, audaci.
Yussùf è l’uomo più elegante della prigione:
non si è mai visto con le scarpe non lucidate.

Yussùf era nato nel 1927 a Ilgàz.
Ilgàz.
Siete mai stati a Ilgàz?
E quando?
Ilgàz:
quattro quartieri, seicento case, mille abitanti,
sotto-prefettura, commissariato, ufficio militare,
oste, fornaio, fabbro, sellaio, stagnaro, merciaio,
campi e giardini – fatica da crepare
e, caffè a pianoterra, camere al primo piano,
tre locande.

Ilgàz si sveglia all’alba,
si corica alla preghiera serale.
La noia – fino al mattino.
Per i funzionari: il poker.
Per i giovani: i dadi.
Per tutti: il rakì.
E lontano, vicino al cielo, con le sue nevi brillanti
altissimo
lontanissimo
il paese degli abeti e dei camosci.

Yussùf era nato vicino al borgo
sui pendii del monte Ilgàz.
Suo padre, un tempo sarto
poi bracciante
mastro Kadìr.
Sua madre: la Sceribane.
Mastro Kadìr morì nella guerra balcanica.
Il nonno allevò Yussùf.
(Pensionato della polizia
trecento lire di pensione
– in denaro-carta –
una casa
una vacca
un bove
e seicento arscine quadrate di terra.)

A sette anni, Yussùf divenne apprendista sarto
e andò a scuola.
Non imparò mai il mestiere
ma studiò fino alla terza.
Poi se ne andò in giro con i mulattieri:
Inebolù, Kastamonù, Ciankrì, Ankarà.
Fece il militare a Istambùl.
Appena liberato, tornò subito a Ilgàz
cantando canzoni marziali a tempo di marcia.

Quella notte, Yussùf bevette enormemente.
Per un colpo di dadi, fece fuoco.
Ammazzò il suo migliore amico.
Quindici anni di carcere.
[…]

Nel primo piano della prigione
Halìl aveva smesso di scrivere
e leggeva la lettera della moglie, ricevuta il mattino,
forse per la quinta volta.
Era felice, tranquillo come un’acqua viva.
«Sono davanti alla finestra» diceva Aiscé, «sdraiata sul divano,
una coperta sui ginocchi,
in un dolce tepore.
E’ così bella la campagna
e la vetta del Ciamlidgià.
Tutto è calmo.
I rumori si ripercuotono sonori.
Stanno arando un campo ai confini del giardino.
Due bovi,
e un uomo davanti all’aratro,
un altro, da dietro, lo guida.
La terra si gonfia.
Sulla terra piena di vita, la mano dell’uomo.
Sono piena di stupore:
questo lavoro
così grande così difficile
lo compiono così agevolmente
con tanta semplicità.
Da stamattina hanno risuscitato un enorme pezzo di terra.
Che cosa ci semineranno?
Te lo scriverò.
Ecco la sera.
I corvi ritornano dalla scuola,
me l’hanno assicurato quando ero piccola.
Adesso lo dice tua figlia.
E’ diventato buio.
Ho acceso la lampada.
Mi son guardata nello specchio.
Una donna si guarda sempre allo specchio se suo marito è in carcere,
lo fa più delle altre donne.
Vuole piacergli ancora quando uscirà dal carcere,
foss’anche fra trent’anni.
Che importa?
La donna nello specchio non è ancora vecchia.
I suoi capelli son rossi
e i suoi occhi, qualche volta verdi
qualche volta color del miele.»

Halìl ripiegò la lettera di Aiscé,
se la mise in tasca
e riprese a rispondere:
«Amore mio,
certo i tuoi capelli son rossi,
e i tuoi occhi
qualche volta verdi
qualche volta color del miele.
Te ne sei accorta?
Tutti potevano vederlo.
Ma il primo ad accorgersene sono stato io
perchè l’ho scritto per primo,
e in questo mondo,
le sole tra le mie parole
che nessuno abbia detto prima di me
sono proprio queste parole.

Sai,
ho dedicato la vita
alla cosa più bella
più vera
più indispensabile.
Ma sono numerosi,
– anzi innumerevoli –
quelli che prima di me
con un’ostinazione forse più grande della mia
hanno fatto la stessa cosa.

Certo i tuoi capelli son rossi
e i tuoi occhi
qualche volta verdi
qualche volta color del miele,
ma c’è un’altra cosa che forse ancora non sai:
le tue mani sono stupende.

Lo sai:
gli uomini portano il marchio della loro classe
nella palma della mano,
e molte verità su questo argomento
– per esempio, il ruolo della mano nello sviluppo sociale –
sono state scoperte assai prima di me.
Ma la bellezza delle tue mani
l’ho scoperta io
perchè ne ho scritto per primo.
Certo i tuoi capelli son rossi,
e i tuoi occhi, qualche volta verdi
qualche volta color del miele.
E le tue mani,
sappilo,
sono stupende.»

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