L’ETERNO SCAMBIO : PROSA E POESIA

Se si supera per un attimo l’ottica generica, la poesia dei trovatori apparirà come un continuum di modi e di registri, proponendoci anzi un’immagine del macrogenere lirica a cui noi, eredi di una tradizione dominata dal petrarchismo, e ancora persuasi che a questa categoria letteraria vadano necessariamente associati l’intuizione, la soggettività e un registro spostato verso il sublime (e non, per esempio, anche la descrizione, la narrazione, il prosaico e un registro didattico), a cui noi dicevo siamo assai poco abituati.

Tratto dal libro “I TROVATORI” di Costanzo di Girolamo.

                                                                        copj170.asp

Spunto interessante, questo, che legittima un modo diverso di fare poesia, non necessariamente di registro sublime e nemmeno forzatamente concentrata sull’esperienza personale. Secondo l’autore del libro questo potrebbe significare descrivere, narrare, insegnare.

La mia interpretazione, semplificata all’osso, consiste nell’idea che scrivere poesia sia un pò come raccontare una storia. Naturalmente, questa affermazione solleva la questione della distinzione tra poeta e narratore. Chi è il poeta e chi il narratore? La narrazione è per ovvi motivi diversissima dalla poesia eppure quest’ultima contiene degli elementi narrati. Personalmente sono i miei pensieri e le mie emozioni, scritti in prosa e scaturiti da un pensiero narrativo, che alimentano le idee poetiche. Attualmente un biologo di fama ha affermato che l'”Homo Sapiens” avrebbe potuto chiamarsi “Homo Narrator” dato che l’essere umano articola il proprio pensiero e racconta la propria esperienza  in forma narrativa. Chi scrive poesia, almeno al giorno d’oggi, non si occupa più di morale e pedagogia, ciò che importa è esclusivamente l’esperienza soggettiva. La diretta conseguenza formale e stilistica non esiste, avendo ciascuna persona una sensibilità eclettica e dalle mille forme. La questione dell’incontro tra poesia e narrazione mi ha richiamato alla mente il discorso “interdisciplinarietà”. Ciò che non tiene conto dell’interdisciplinarietà mi sembra ormai limitato. La poesia ha sicuramente una forma a sè e forse il grosso problema oggi è che si cerca in tutti i modi di renderla diversa da com’era in passato. Da una parte questo significa esattamente produrre ciò che ho appena classificato come la scrittura del futuro: poesia e arti digitali, poesia e graffito, poesia e musica, poesia e teatro, poesia e arti visive, etc; dall’altra si fanno sforzi enormi per snaturare o sviscerare un’arte che nella nostra cultura non sembra avere più molto spazio. L’obiettivo di questo svisceramento, probabilmente, è proprio quello di trovarle un posto. Personalmente la sento come un luogo di riflessione in cui posso ripararmi da tutto. Poche volte ho sentito anche l’opposto, la poesia come fosse la molla che mi ispira spingendomi all’azione. Sicuramente, in un modo o nell’altro, è fuoco e il ferro fuso che modello. Cosa ne dite, sperimentate anche voi queste stesse cose?

Poetessa di Rose

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20 ottobre 2014 · 9 h 07 min

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